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FreeFans chiuderà fra un mese, ma non è troppo tardi per salvarlo!

Il server che ospita FreeFans costa annualmente circa 1600 euro.
Le entrate derivano dai banner pubblicitari - che pagano a impressioni, a click - e dalle donazioni degli utenti. Il problema è che i banner pubblicitari coprono solo una piccola parte dei costi del forum, all'incirca 1/4.

Non è troppo tardi per salvare FreeFans, ma urge correre ai ripari alla svelta!
Considerato il traffico annuale del forum e il numero di utenti assidui postatori, basterebbe un minimo contributo da parte di ciascuno per non dover arrivare ogni 6 mesi (a essere ottimisti) a questo punto, ma purtroppo a donare sono solo una quindicina di persone, che ovviamente dovrebbero sborsare cifre anche notevoli per riuscire a colmare il buco. Facciamo parlare i numeri:

1600 -> costo annuale del server
400 euro -> entrate derivanti dai banner pubblicitari (è una stima, non esiste un dato preciso)

1600 - 400 = 1200 euro -> da coprire con le donazioni
1200 : 15 = 80 euro -> cifra che dovrebbero sborsare annualmente i 15 (approssimativi) utenti che solitamente donano per tenere in piedi il forum

E' vero che il forum non è più popolato come un tempo, ma gli utenti attivi nelle varie sezioni sono ancora centinaia. Se tutti donassero 5 euro una volta l'anno, che non mi sembra una cifra impossibile, dormiremmo sonni tranquilli per tutta la vita. Purtroppo, anche dopo l'ultimo appello, sono state fatte poche donazioni che ci hanno garantito la sopravvivenza solo per un altro mese.

Se avete domande, cliccate -> qui <- per essere diretti al topic in cui porle.

> [Roswell] Segui la musica *completa*, au mm
viconia
messagio 7 Aug 2004, 19:25
Messaggio #1


Milady Viconia McAliens
***********

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Segui la musica

***
“ Non capisco perché ti dai tanto da fare , sono quasi due anni, che non ti dai tregua, solo per darle uno stupido pacchetto. Dammi retta ormai è inutile, lei non c’è più, lei è morta e sepolta in una fossa comune come tanta altra povera gente. Devi arrenderti a questa evidenza. Non pensare che sono cattivo, ma se ti parlo così è perché non ne posso più vederti in questo stato, ti stai distruggendo per una ricerca che non ha dato i suoi frutti. E’ il momento di smetterla e di pensare alla tua vita”

Lui non capisce, non ha elementi per comprendere e sono giorni che ormai mi ripete queste cose a ciclo continuo ed io non ne posso più di starlo ad ascoltare.
Cosa gli ha fatto cambiare improvvisamente idea? Cosa lo spinge ad essere così duro con me?
Dovrebbe sapere che lei è la mia vita e che posso ricominciare a vivere ed a respirare solo se la ritrovo. Ma come posso spiegargli che ho iniziato a vivere solo da quando l’ho incontrata?
Forse dovrei dirgli che non sto cercando una donna solo per restituirgli delle ‘cose’ lasciatemi da un soldato mio amico morto in guerra. Ma pur di non raccontare a nessuno la mia storia e di dover esporre i miei sentimenti ho inventato una scusa banale e stupida, so che nessuno avrebbe cercato la donna di un suo amico per due lunghi anni, ma non sapevo come fare a farmi aiutare da Max. Non mi piace parlare di me, di ciò che sento, non l’ho mai fatto, non sono stato abituato a farlo.
Ho sempre tenuto tutto dentro di me, custodendo questa storia come si fa con la cosa più preziosa che una persona possa avere. Raccontarla mi risulterà difficile, ma ora devo al mio amico una spiegazione giusta del mio comportamento, prima che possa pensare che sono pazzo.
Questa storia che raccoglie l’unico periodo della mia vita in cui mi sono sentito vivo, in cui appartenevo a qualcuno, in cui facevo parte del mondo.

“Max forse è il caso che ti metta al corrente di alcune cose, ma ti prego di non interrompermi, per me è difficile parlarne con qualcuno”
“Ti ascolto”
“Bene, non devo restituire nessun pacchetto a nessuna donna. Sto cercando una ragazza che durante la guerra era diventata la mia compagna. E’ spartita un giorno dal campo di concentramento, mentre io ero fuori e da allora non so più niente di lei”
“Finalmente hai tirato fuori la verità, ma ti credevi di avere a che fare con uno stupido? Avevo capito che dietro a tutto questo accanimento non poteva esserci solo ciò che mi avevi detto. Ma quando avevi intenzione di parlarmene? Eri così malinconico quando sei tornato a casa, ed io avevo attribuito ciò alla guerra, ma poi ho capito che c’era altro. Ora voglio che mi racconti tutto”

Speravo di cavarmela con un breve sunto della situazione, e invece ora mi tocca raccontargli anche altri particolari.

“Due anni fa, quando ero ancora militare, fui assegnato al comando di un campo di concentramento in Polonia. Sai quanto ho odiato questa guerra ….”

…. ho odiato questa guerra, ma il regime dittatoriale non mi dava scelta o mi arruolavo o facevo una brutta fine; così decisi di arruolarmi e di cercare, per quanto in mio potere di contrastare questa situazione. Ogni giorno i soldati uscivano e ritornavano con dei prigionieri, ogni giorno sempre più persone strappate alla loro vita che finivano per vivere in baracce e in condizioni disumane.
Un giorno come tanti, mentre ero in giro per il campo, la vidi, era li in mezzo agli altri, appena arrivata. Ho guardato i suoi occhi, occhi impauriti, occhi verdi, i più belli che avevo visto e che mai vedrò in vita mia. Ho avvertito una fitta al cuore, solo guardandola. Forse non esiste, forse è una cosa assurda, ma per me è stato amore a prima vista. Notai che quella ragazza, era l’unica ad essere da sola, mentre gli altri prigionieri erano con i loro familiari. Chiesi ad un soldato, uno di quelli con cui ero più in confidenza e di cui potevo fidarmi, di portarla da me nel mio ufficio. Lui mi guardò stranamente ed io gli farfugliai che mi occorreva una segretaria e che sapevo che quella ragazza lo era. Rientrai giusto in tempo per osservarli dal balcone e vidi che lei si divincolava o cercava di farlo quando il soldato l’aveva afferrata per un braccio. Bel caratterino, pensai. Attesi di vederli comparire da un momento all’altro, sentendomi stranamente agitato come un ragazzino. Il soldato entrò, mi fece il saluto militare e poi ci lasciò soli. Rimasi seduto alla mia scrivania, mentre lei era in piedi, ferma, con la testa bassa. Potevo solo immaginare quali strani pensieri stavano attraversando la sua mente, non era difficile farlo, cosa poteva aspettarsi una ragazza giovane da un ufficiale tedesco che la fa portare nel suo ufficio? Decisi di non muovermi e di parlarle dalla mia poltrona, forse così riuscivo a non intimorirla ulteriormente. Le chiesi il suo nome, e mi rispose ‘Maria’ con un filo di voce. Le dissi che non volevo farle nulla di male, ma non so in quel momento fino a che punto mi credette. Continuai a farle altre domande, volevo capire se realmente era in grado di farmi da segretaria. La cosa era assurda, perché avrei potuto tranquillamente mettere un soldato a sbrigare certe faccende, ma ormai mi conoscevano e sapevano che come superiore ero un po’ anomalo, perciò ero sicuro che non si sarebbero creati troppi problemi se facevo le cose a modo mio. Le sue risposte erano secche, giusto l’indispensabile, ma sufficienti a sapere che non aveva la minima idea di cosa facesse una segretaria in un ufficio, e che lei suonava il violino, e stava andando a provare con altri musicisti quando era stata presa e portata via dai soldati. Avrei voluto renderle la libertà, ma non potevo farlo, era un’ebrea e l’avrebbero ripresa di nuovo. Iniziai a studiarla, ero incuriosito da lei. Poi vidi che aveva alzato la testa e che mi stava guardando negli occhi. Mi chiese senza mezzi termini cosa volevo da lei. Le dissi la verità, che odiavo quella guerra, che avevo notato che era l’unica nel gruppo di persone arrivate quel pomeriggio ad essere sola e che avevo pensato di farle diventare la mia segretaria. Così avrebbe evitato di stare nelle baracche. Sentendo ciò lei trasalì. Capii che la mia ultima affermazione poteva essere fraintesa e le dissi ancora che non ero come gli altri ufficiali. Come potevo biasimare il suo scetticismo nei miei confronti? Non ci conoscevamo e la carica che ricoprivo di certo non giocava in mio favore.
Mi alzai, volevo guardarla, ormai fuori imbruniva e la luce nella stanza era leggera, ma stavamo diventando solo delle ombre. Appena mi avvicinai, lei fece un passo indietro finendo con le spalle alla porta. La stavo spaventando. Ritornai alla mia scrivania presi la cornetta del telefono e composi il numero di un mio sottoposto e disposi che la ragazza avesse una camera al piano della servitù, dove c’erano altri ebrei che si dedicavano a tutte le faccende domestiche relative al palazzo abitato da noi ufficiali e dai sott’ufficiali. Credo che in quel momento, quando posai il ricevitore, lei capì che realmente non avevo intenzione di farle del male, perché fece qualche passo in avanti e mormorò uno stentato ‘grazie signore’. Io le risposi che non doveva farmi pentire della mia scelta e che il mattino seguente doveva essere nel mio ufficio puntuale per le otto, perché avevo del lavoro arretrato e lei doveva imparare tutto rapidamente. Annui semplicemente in risposta. Rimanemmo in silenzio finchè un soldato non venne a prenderla. Uscirono insieme ed io rimasi seduto a chiedermi se avevo fatto la cosa giusta.

“… così ho incontrato Maria!
“ E poi? Cos’è successo?”
“Ma devo raccontarti proprio tutto?”
“Certo che devi, ormai mi hai incuriosito pretendo il resto della storia”
“Te la racconterò, ma non ora, sono stanco”
“Non mi dirai altro, ormai ti conosco. È tardi me ne andrò a casa e faresti bene a farlo anche tu”
“Ciao Max”

Ed avrei dovuto aggiungere ‘non prendertela’, certe cose sono talmente personali che non possono essere raccontate, specialmente per rispetto a chi non c’è, farebbe la stessa cosa se avesse provato ciò che ho provato io e che provo tutt’ora. Come potrei spiegargli con parole quanto mi piaceva guardarla mentre lavorava o mentre sistemava i suoi capelli con un semplice gesto della mano? Sono geloso di questi miei ricordi, perché sono tutto ciò che mi resta di lei, tutto tranne il suo fazzoletto che custodisco come una reliquia; quasi mi illudo di sentirci dentro ancora il suo profumo. Assurdo, sono tanto legato ad un piccolo pezzo di stoffa., ma è ancora più assurdo come tanti piccoli particolari mi stanno ritornando in mente ora che ho raccontato queste cose a Max..
Devo fargli capire che non smetterò mai di cercarla, o almeno lo farò solo quando avrò prova certa della sua morte. C’è qualcosa dentro di me, che mi ripete in continuazione che lei è viva, spero solo non sia una mia illusione, un mio modo per eludere la realtà e per rifugiarmi in questa ricerca per evitare di soffrire. Ma soffro comunque, ogni attimo senza di lei è sofferenza. Il mio cuore, la mia anima necessitano di scoprire la verità su cosa è successo da quel giorno ad oggi. Ma voglio ritornare a pensieri più dolci, all’inizio di tutto, a quando alle otto del mattino seguente è entrata nel mio ufficio, mi sembrava tanto spaesata, non sapeva cosa fare ed era a disaggio per la mia presenza. Mi sono presentato con il mio nome dicendole che se non c’era nessuno che poteva sentirci potevamo non essere formali. È bastato così poco per strapparle un sorriso e far sparire la tensione che c’era nell’aria. Le ho detto che la lasciavo sola, che andavo a fare il solito controllo di routine nel campo e che tornavo più tardi. Mentre uscivo, mi ha detto ‘buon lavoro Michael’.
Era tanto che nessuno mi chiamava per nome.
I giorni si sono susseguiti e sono diventati settimane. Il nostro rapporto da ‘carceriere – prigioniero’ era divento quello di due amici. Avevo avvertito subito che fra di noi c’era un feeling particolare. In principio pensavo che era solo una mia sensazione, che lei stava diventando una mia ossessione, ma poi col tempo ho capito che anche lei amava la mia compagnia. Ma forse definire il nostro rapporto quello di due amici non è completamente esatto, forse per lei era così, per me no, non lo era mai stato, lei era qualcosa in più di una amica per me. Quel qualcosa in più che cercavo di reprimere, di far finta che non c’era perché non avrei tollerato un suo rifiuto; così decisi che era meglio non fare nessun passo falso, era meglio non far spazzare via in un attimo tutti i miei sogni, le mie fantasie.
L’amavo e questo era un dato di fatto, ma preferivo accontentarmi di esserle amico, invece di rischiare di perdere tutto. Ero felice sapendo che lei c’era, che era presente nella vita di tutti i giorni.
Sono sempre stato da solo. I miei troppo presi dagli impegni che la società gli imponeva….. ricevimenti, ricevimenti e ricevimenti ancora…. Impegni troppo ‘gravosi’ per occuparsi di me.
Ma fui ancora più felice quando capii che anche lei ricambiava i miei sentimenti.
Accadde un pomeriggio, mentre entrambi eravamo presi dal lavoro ed eravamo stranamente silenziosi. Io alla scrivania a completare il solito noioso resoconto che periodicamente dovevo inviare ai miei superiori, lei che cercava di diminuire il caos circostante. Alzai la testa dal foglio per proporle una breve pausa e vidi che si era arrampicata in malo modo su uno scaffale per riporre una scatola su uno dei ripiani più alti. Mi avvicinai facendo silenzio, lei non si accorse della mia presenza e appena parlai ebbe un sussulto e perse l’equilibrio. L’afferrai al volo. Poi eravamo così vicini, tanto vicini, troppo vicini. Se ci penso ora, capisco che era inevitabile, ma allora ne fui sorpreso. Mi baciò. Ricordo che le gambe iniziarono a tremarmi, facendomi sedere a terra con lei in braccio. Mi prese in giro dicendo che non ci voleva poi molto a farmi crollare. Io le risposi che avevo messo un piede in fallo perciò avevo perso l’equilibrio.
Non so dire quanto tempo rimanemmo li con la nostra reciproca scoperta.
Inutile dire che il nostro rapporto subì un ulteriore mutamento.
La guerra con i suoi orrori e i suoi rumori era così lontana, era solo un lieve sottofondo per noi due che passavamo giorni e notti intere chiusi in quelle poche decine di metri quadrati, senza mai sentirci in prigione, senza essere il tedesco e la polacca, ma solo due persone che si amavano senza riserve. Maria ormai viveva con me, ma passava in camera sua tutti i giorni per metterla in disordine e per prendere qualcosa che le serviva. Io cercavo di stare attento, non volevo che qualcuno notasse la sua costante presenza nelle mie stanze. Capitava spesso che altri ufficiali di sera venissero da me invitandomi ad uscire ed io malvolentieri ero costretto di tanto in tanto ad accettare i loro inviti, ma cercavo di liberarmi prima possibile. Non avevo mai apprezzato particolarmente la loro compagnia e da quando avevo conosciuto Maria, l’apprezzavo ancora meno. Quelli sono stati i giorni più belli della mia vita, non mi stancherò mai di ripeterlo, principalmente a me stesso. Una delle cose che temo ora, è di iniziare a dimenticare tutto, non mi riferisco ai miei sentimenti, quelli sono qui, intrappolati dentro di me e mai muteranno, ma parlo delle piccole cose, i suoni, gli odori col tempo sembrano sbiadire. Ho paura di svegliarmi un giorno e di ricordare a stento i tratti del suo viso, il bianco della sua pelle, il miele dai suoi capelli o il suono della sua risata. Questo mio timore mi angoscia ogni giorno di più, ogni giorno che questa ricerca non da risultati. A volta mi chiedo cosa accadrà in futuro, ovviamente non posso prevederlo, ma spero con tutto il cuore che ci sia per me qualche roseo risvolto. Tutto è una sofferenza continua.
Ricordo ancora quella mattina. Il cielo era scuro, poca luce filtrava dalle spesse nuvole. Noi due dormivamo abbracciati, come eravamo soliti fare tutte le notti. Fui svegliato da un’insistente bussare alla porta. Anche Maria si svegliò e le faci cenno di non parlare. Chiusi la porta della camera da letto dietro di me ed andai ad aprire. Era un mio collega che mi avvisava che il Quartier Generale richiedeva con la massima urgenza la nostra presenza. In poche parole avevo quindici minuti per uscire dal palazzo e unirmi agli altri. Ritornai da Maria, che nel frattempo si era alzata e mi stava aspettando. Quella convocazione urgente mi preoccupava, qualcosa stava accadendo rapidamente. Lei si avvicinò a me, poiché mi vedeva molto più pensieroso del solito.
Ricordo ancora le parole che ci scambiammo, anche perché furono le ultime:

“Michael cosa è successo?”
“Non lo so, ma i miei superiori vogliono vedere tutti gli ufficiali con urgenza”

Le risposi mentre mi infilavo rapidamente l’uniforme. Lei invece si sedette come suo solito, a gambe incrociate sul letto. Mi avvicinai per darle un bacio. Poi uscii. Erano quasi tutti pronti, mancavano all’appello solo un paio di persone. Alzai gli occhi al mio balcone, lei era li che mi guardava semi nascosta dalla tenda. Per tutto il tragitto mi sentii inquieto, desiderai con tutto me stesso che quelle ore passassero in fretta. Appena arrivati ci radunammo in una grossa sala., li ci fu letto il comunicato che io non ascoltai, perchè sentii pronunciare testuali parole “per accelerare i tempi, mentre vi viene letto questo fonogramma, altri soldati stanno facendo sfollare i vostri campi di concentramento…..” il panico si impossessò di me, lasciai la seduta e corsi fuori, presi una vettura e cercai di arrivare prima possibile al campo. Ma non feci in tempo. Era tutto deserto, desolato. C’erano solo soldati. Salii in camera mia e di lei neanche l’ombra. Avevano portato via la mia Maria. Sono morto in quel momento, ma sarei morto anche se fossi arrivato in tempo, perché non avrei permesso a nessuno di portarla via da me. L’unica cosa che trovai fu il suo fazzoletto annodato al mio orologio. Quella mattina nella fretta avevo dimenticato di metterlo al polso.
Forse lei voleva lasciarmi qualcosa di suo. Andai alla stazione ferroviaria, dove stavano sistemando i prigionieri su dei vagoni merci. Ma anche li era troppo tardi, gli ebrei che erano nel mio campo erano già stati sistemati e fatti partire e per di più divisi in più gruppi. Inutile continuare ora a pensare a tutto ciò che ho fatto nei giorni seguenti, ma è chiaro che l’ho cercata da subito. A volte mi chiedo se lei immagina tutto questo, o se pensa che l’ho abbandonata al suo destino. Penso a quanto avrei desiderato condividere con lei tutte quelle cose che ogni coppia fa normalmente. Ma forse non sono le passeggiate, i fiori, i regali a fare la differenza, si, saranno anche importanti, ma i sentimenti giocano una parte fondamentale nelle nostre vite. Ci sono persone che stanno insieme una vita intera senza conoscersi per niente. Noi abbiamo avuto solo una breve, intensa e meravigliosa parentesi. Non credo che al mondo possa esistere un’altra donna in grado di capire i miei silenzi come faceva Maria. Però a volte sono sicuro che lei sa che l’ho cercata tanto e che sto continuando a farlo, e secondo me sta facendo la stessa cosa, o preferisco credere che sia così.
Guardo il mio orologio è tardi, ed è anche tantissimo tempo che non ripensavo a questa storia nel suo insieme, ero troppo preso dalla mia ricerca. Forse ha ragione Max, ci sono troppo dentro ed ho perso di obiettività. Da domani mi obbligherò a terminare le ricerche ad un orario decente, un investigatore stanco non è lucido, e la lucidità e alla base di ciò che sto facendo.


***
Altri giorni, sempre uguali si sono susseguiti senza trovare nessun indizio che potesse da una svolta alla mia ricerca. Ho finito da poco di controllare dei documenti arrivati stamani dall’esercito, non ho trovato nulla di rilevante, solo il passaggio di Maria in un campo per ebrei, notizia che avevo già appreso tramite altre fonti, ma almeno ho avuto la conferma di qualcosa.
Sono scoraggiato, ma non mollo. Max invece sembra essere fiducioso, ormai si è tuffato anche lui anima e corpo in questa impresa. Continua a farmi domande su domande. Ora che conosce la verità, ha deciso che dobbiamo trovare Maria ad ogni costo. Siamo ripartiti da capo, stiamo esaminando tutto di nuovo, secondo Max, ci è sfuggito qualcosa, e dice che ha più elementi su cui cercare visto che ora è al corrente di tante informazioni che conoscevo soltanto io.
Forse ha ragione su questo particolare.
Ho ripreso ad uscire, ad andare a cena a casa di Max, come facevo anni fa, prima di tutto questo, ma solo per staccare un po’ e per rilassarmi ed essere di nuovo pronto per ricominciare.

“Michael?”

Max mi chiama, ero assorto come al solito nei miei pensieri. Ormai vivo nei miei pensieri, in un mondo tutto mio, ed a volte mi è così difficile capire se alcune cose sono vere o solo immaginazione. Mi volto e lo guardo.

“Questo sabato ceni da me? Sai c’è anche Liz e la sua famiglia”
“Non è il caso, hai già ospiti, non vorrei essere di troppo”
“Non ti avrei invitato se pensassi che sei di troppo”
“Cercherò di esserci”

Non mi va di trascorrere un tranquillo sabato a casa di Max con la sua famiglia ed i suoi ospiti, non voglio sentirmi addosso la sensazione di essere il terzo incomodo. Ma non posso neanche rifiutare, perché sono molte le sere che trascorro a casa sua e poi conoscendolo inizierebbe ad insistere ed io finirei per accettare l’invito perché mi ha sfinito con tutte le motivazioni per cui dovrei andarci.
Ci conosciamo fin da bambini, è una delle poche persone per cui provo un gran rispetto e alle quali tengo molto. Solo che mi sorge un dubbio, lui sa quanto odio partecipare a serate mondane.
Che sia tutto un giro per farmi trovare coinvolto in un ricevimento in piena regola?

“Max, per caso oltre a Liz ed i Signori Parker, sabato ci saranno altri invitati? E la cena, non è proprio una cena?”
“Ci sarà qualcun altro, ma ti assicuro che sarà una semplice cena, nulla di più.”
“Forse è il caso che rifiuto il tuo invito, non sono dell’umore adatto per vedere gente.”
“Mi serve il tuo aiuto, non puoi mancare”
“Il mio aiuto? E per cosa?”
“Per tenere a bada Isabel e Liz, sai che non si sopportano, devi evitare che inizino a litigare mentre io non sono presente”
“Non ti seguo, sei il padrone di casa, dai una cena e non ci sei?”
“Si che ci sono, solo che sto preparando una sorpresa per Liz, e ad un certo punto della serata, una domestica verrà a chiamarmi ed io sarò costretto ad allontanarmi per un po’….”
“…E vuoi farmi controllare le due donzelle.”
“Esatto!”
“Va bene”

Come posso rifiutargli un favore? E’ tanto che mi aiuta. Povero me, quelle due quando ci si mettono sanno essere davvero terribili. Ma mi rendo conto che tutto nasce dalla gelosia di Isabel per suo fratello, la situazione sarebbe stata la stessa con qualunque ragazza Max avrebbe deciso si stare.

***
E’ arrivato sabato, sono a pochi passi da casa Evans. Stasera avevo una gran voglia di camminare, necessità di riflettere. Abbiamo fatto un piccolo passo in avanti, abbiamo scoperto dove ha abitato Maria dopo la fine della guerra. Non è tanto, ma dopo mesi senza novità, almeno ora so che non è morta in un campo di concentramento come pensava Max. Lunedì partirò per la Polonia, forse cercando sul posto, partendo da quell’indirizzo, qualche altra cosa salterà fuori, ma cerco di tenere a freno il mio entusiasmo, non so che reazione potrei avere se tutto finisse in una bolla di sapone.
Sono arrivato, viene ad aprirmi il maggiordomo, prende il mio soprabito e mi fa strada verso il salotto. Non capirò mai questa necessità delle famiglie agiate di avere la servitù, nessuno dovrebbe servire un suo simile. Gli ospiti sono già arrivati tutti, mi intrattengo a parlare con il Signor Evans di lavoro, ormai è un rituale per noi, passo più tempo qui con lui e Max che con i miei genitori, ed è per questo che appena la guerra è finita, ho lasciato l’esercito e sono andato a vivere da solo. Nessuna casa lussuosa su due piani, solo un modesto appartamento in centro.
Max ha detto la verità, realmente qui ci sarà fra poco una cena per poche persone. La serata scorre piacevolmente ed in alcuni momenti c’è anche da divertirsi, specialmente quando Isabel e Liz si punzecchiano a vicenda, ma sempre senza superare i limiti imposti dalla buona educazione. Una cameriera entra nella stanza mentre stiamo mangiando il dolce, dice qualcosa a Max, ci scambiamo uno sguardo di intesa, poi si allontana. Per fortuna tutto prosegue tranquillamente e non devo intervenire, mi seccherebbe molto farlo. Pochi minuti dopo Max compare sull’uscio della sala da pranzo e mi fa segno di raggiungerlo. Prendo il tovagliolo dalle mie gambe e lo metto accanto al piatto sul tavolo, chiedo permesso e mi alzo per raggiungerlo. Ci spostiamo dalla porta per non essere visti, e parliamo a bassa voce.

“Cosa c’è?”
“E’ tutto tranquillo li dentro?”
“Si, e per chiedermi questo mi hai fatto venire fin qui?”
“Ascolta non senti nulla?”

Mi chiede serio. Faccio un paio di passi nel corridoio, sento in lontananza il suono di un pianoforte, ma è quasi coperto dalle voci che provengono dalla sala da pranzo.

“Sembra un pianoforte”
“Devo chiederti un altro favore”
“Perché sento puzza di fregatura?”
“Ma se non ti ho ancora detto niente!”
“Ma quando qualcuno ti dice ‘devo chiederti un altro favore’ con il tono che hai usato tu, è molto probabile che ti sta rifilando una bella gatta da pelare”
“Non sono il tipo, non faccio di questi scherzi ad un amico”
“… tira fuori il rospo”
“Devi fare tutto ciò che ti dico. Segui la musica, hai sbagliato a non farlo prima. Entra nella stanza controlla che sia tutto in ordine, poi vai a casa. Ti telefono domani sera per organizzare gli ultimi dettagli del viaggio.”
“Sbaglio o mi stai cacciando da casa tua?”
“Per una volta in vita tua fai ciò che ti ho chiesto”

Sono così sorpreso, non mi aspettavo una richiesta simile. Non capisco la necessità di tutta questa cosa, forse vuole restare da solo con Liz? Meglio assecondarlo e in fondo è lui il padrone di casa.
Cammino lungo il corridoio, voltandomi di tanto in tanto per guardare Max che è rimasto dov’era. Che sia un altro dei suoi scherzi idioti? Man mano che mi avvicino la musica diventa più forte e mi rendo conto che non c’è solo un pianoforte che suona, ma anche altri strumenti, dei fiati e degli archi, ma da qui non riesco bene a distinguere quanti ne sono. La porta e semi aperta, appena metto un piede nella stanza i musicisti si rendono conto della mia presenza e la musica si ferma. Non volevo disturbarli evidentemente stavano provando. Sono in cinque ed io inizio a guardarli uno ad uno. Fra loro scorgo degli occhi familiari, quegli occhi verdi che ho tanto cercato. Il mio cuore si ferma di botto, trattengo il respiro, mentre il mio corpo è completamente paralizzato. Ho quasi il timore che anche un solo battito delle mie ciglia possa far sparire la sua immagine. La osservo e mi rendo conto che è reale e non solo il frutto di una mia allucinazione. I suoi occhi sono gli stessi, lei è la stessa persona, solo i suoi capelli sono molto corti, ed io so perché. Avevo impedito che glieli tagliassero, ma non ho potuto farlo quando l’hanno portata via. Ho atteso tanto questo momento, ho immaginato tutto ciò che sarebbe accaduto, le cose che potevamo dirci, e invece sono rimasto qui, fermo, imbambolato come se mi avessero fatto una doccia fredda. Vorrei tanto avvicinarmi, abbracciarla, ma poi un timore mi assale, che faccio se si tira indietro? Non potrei sopportarlo, dovrei fare i conti con due anni di ricerche che finiscono con un brusco risveglio.
Mi rendo conto che tutti ci stanno osservando, forse perchè non abbiamo smesso di guardarci, e nel frattempo mormorano qualcosa in polacco, ma poco mi interessa cosa si stanno dicendo.
Faccio un solo passo in avanti, un solo passo che mi costa una fatica immensa, poiché le mie gambe sono terribilmente pesanti come bloccate al pavimento. Lei inizia ad avvicinarsi lentamente, forse prova le stesse cose che sto provando io ed ha i miei stessi timori.

“Michael…”

Dice con un filo di voce, rotta dalle lacrime che stanno scendendo sulle sue guance, mentre continua ad avvicinarsi ed ad aumentare la sua velocità. Mi avvicino anche io, e dopo pochi secondi lei è di nuovo fra le mie braccia. Allunga una mano sul mio viso, è quasi come se volesse essere sicura che sia tutto vero.

“Sei vivo, non hai idea quanto ti ho cercato”
“Ti ho cercata anche io, e se il mio amico non mi avesse fatto questo regalo, ti avrei cercata ancora”
“Ho pregato tanto di poter avere un giorno la possibilità di riabbracciarti”
“Le tue preghiere sono state ascoltate”

Max compare alle mie spalle, ha i nostri cappotti in mano. Ora capisco tutto, la sorpresa non era per Liz, ma per me. E capisco anche il perché delle sue parole ‘Segui la musica, hai sbagliato a non farlo prima’, io la cercavo tramite documenti militari, mentre avrei dovuto pensare che lei era un civile e che finita la guerra avrebbe ripreso la sua vita da dove l’aveva lasciata.

“Credo che voi due abbiate bisogno di stare da soli e di parlare, quindi infilatevi questi e sparite immediatamente dalla mia vista. Spiego io tutto agli altri.”

Non me lo faccio ripetere due volte, prendo Maria per mano ed andiamo via. Mi dirigo subito verso casa mia, per fortuna non è lontano. Iniziamo a parlare due anni sono lunghi, e tante le cose da dire, cose che non le ho mai detto e cose che ho rimandato, ma ho imparato a mie spese che quando viene voglia di dire o fare qualcosa è meglio farlo subito, dopo potrebbe essere troppo tardi.
Vinto un po’ di imbarazzo iniziale, il lasso di tempo che ci ha divisi svanisce e ritroviamo rapidamente quel feeling che c’è sempre stato tra di noi.
Parliamo per ore, e mi rendo conto che non le ho più lasciato la mano da quando siamo andati via da casa di Max, forse perché ci vuole un po’ di tempo per abituarmi all’idea che lei ora è qui e che nessuno la porterà mai più via da me. Quasi non riesco a credere che posso accarezzarla e baciarla di nuovo, mentre siamo accoccolati sul divano senza parlare, ora le parole sono inutili, ci sono sensazioni che sono impossibili da spiegare, si sento e basta.
Lei è di nuovo con me ed ha riportato con se tutto ciò che mancava alla mia vita.
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